PERCORSI DELLA STORIA – BATTAGLIE DEL 1848

IMG_Percorsi_Storici_01Un salto nella storia, quattro passi in ambienti ricchi di suggestioni e memorie del passato, una terra pregna delle emozioni lasciate da chi ha combattuto, patito, sudato e festeggiato.

Un itinerario dove le battaglie risorgimentali sono state protagoniste e dove la storia minore è corsa parallela ai grandi eventi, storia fatta di gesti quotidiani, di tensione e speranza per un futuro migliore. La mappa vi suggerirà il percorso, che desideriamo voi scopriate momento dopo momento. Indicherà i luoghi  delle battaglie: Ville, chiese, campagne, monumenti. Vestigia di un periodo che vedeva l’Italia dominata dallo straniero. I francesi che con il Congresso di Vienna lasciavano il posto agli Asburgo, i quali dominarono con pugno di ferro. Il fuoco della libertà covò a lungo sotto la cenere; i moti rivoluzionari spesso fallirono per la poca adesione che il pensiero libertario trovava nel popolo perennemente sfruttato. La maggior parte della popolazione viveva o meglio sopravviveva nell’ignoranza; stentava perciò a comprendere la necessità di questa ulteriore lotta. Fermenti e sommosse continuarono, raggiungendo l’apice con le Cinque Giornata di Milano (marzo 1848), che videro la vittoria dei patrioti sulle truppe del maresciallo Radetzky, costrette a ritirarsi dalla città e poi ad attesarsi nel sistema difensivo austriaco del quadrilatero.

È nell’aprile del 1848 e nel giugno del 1866 che questi verdi colli diventarono campo di battaglia per gli scontri risorgimentali tra Piemontesi e Austriaci. Le trattative per la cessazione definitiva ei combattimenti si svolsero a Villafranca nel luglio del 1860; l’Italia non era ancora unificata; Verona venne annessa al Regno d’Italia con il Plebiscito dell’ottobre 1866.

LE TAPPE SALIENTI DELLE BATTAGLIE

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  • 23 luglio 1848 – Madonna della salute vedi e sanguinosi scontri e la conquista di Sommacampagna da parte degli Austriaci.
  • 24 luglio 1848 – A Staffalo, monte Croce, monte Torre, Pezzarara, da Via Villanova a via Carrari, i Piemontesi contrattaccano, riconquistando Sommacampagna.
  • 25 luglio 1848 – Gli Austriaci contrattaccano a Cà Nova, Cà berettara e Cà del Sale. I Piemontesi resistono fino agli ultimi baluardi di Montegodi e Custoza e ripiegano verso Villafranca.
  • 26 luglio 1848 – Per intercessione di don Burti, l’ordine di distruzione inflitto per punire l’aiuto dato ai Piemontesi muta e Sommacampagna subisce il saccheggio senza vittima.
  • 24 giugno 1866 – Assalto dei granatieri di Sardegna alla cascina Cavalchina e al Monte Croce.

La storia delle terre e degli insediamenti umani che furono teatro delle lotte di liberazione del risorgimento sono molto antiche. La datazione storica documentata di Sommacampagna risale al 38 a.C., quando fu eretto il tempietto a Leituria, una divinità locale, nel luogo dove ora sorge Sant’Andrea (XI sec.) nell’attuale cimitero.

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Sommacampagna a quel tempo era un piccolo centro rurale abitato da pochi pastori e agricoltori, prossimo a due importanti vie di comunicazione: la Gallica e la Postumia. Il paesaggio locale doveva essere quello di una piccola isola coltivata a magro seminativo arborato, cereali, vite e “mela lanata” (l’odierna pesca), all’interno di una vasta zona prevalentemente boscosa, che alimentava il consumo di legname, il pascolo e la caccia. Un problema vitale era l’acqua, a causa del suolo morenico. Il quadro non deve aver subito sostanziali mutamenti nell’arco di tempo che lo divideva dal Medioevo.

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Si ritorna a parlare di Sommacampagna in una pergamena del 1035 dove viene citata anche la pieve di Sant’Andrea che doveva esercitare un certo richiamo su tutta l’area della campagna veronese e anche sulla parte centro-meridionale dell’area morenica-gardesana. Nel XII secolo la campagna era un gran “pascolo cespugliato” inframezzato qua e là da boscaglie di querce che sostenevano l’allevamento suino, di carpini, faggi e cerri. La fauna era costituita da cervi, cinghiali, lupi e uccelli. In quel tempo il nucleo abitativo si sviluppava attorno alla pieve. Nel XIV secolo la zona veniva valutata assai pià povera di tutti i territori limitrofi, compresa Custoza che faceva “villa” a sé. Fra il 1405 e il 1797 Sommacampagna passò sotto la bandiera di San Marco che sostituiva l’effigie Scaligera. Ma già a quel tempo la popolazione era indifferente ai domini che si alternavano, l’esperienza aveva dimostrato che la bontà dei raccolti dipendeva dalla forza di chi coltivava la terra e da Giove Pluvio e non certo dall’autorità politica. Custoza anche nel periodo Veneziano mantenne la sua autonomia territoriale e giurisdizionale. Nel 1530 le anime viventi nei due centri furono stimate complessivamente in 600 unità; quasi altrettante vivevano in Caselle o sparse nelle campagne o nei boschi. L’incremento demografico rimase quasi del tutto invariato: poco i prima dell’epidemia del 1630 a Sommacampagna risultavano residenti 1450 persone delle quali 704 nel capoluogo comunale, quasi tutte originarie. In quel tempo il 70% delle colture era arborato, con preponderanza di vite e gelso, tutte colture adatte a terreni poveri di azoto come quelli morenici. Le risorse economiche bastavano a garantire la stretta sopravvivenza, nulla più; la religione insegnava ad accettare e la politica gestiva i suoi fini. La peste del 1630 trovò quindi un terreno fertilissimo, tant’è che a Sommacampagna solo 240 persone sopravvissero al virus. Custoza già dal 1613 era completamente deserta. Dopo un disastro demografico di solito la natalità esplode; infatti nell’arco di una generazione si ritornò al livello demografico ante-peste. Poche potenti famiglie, oltre ai nobili, detenevano la fetta più considerevole della terra, tenuta per lo più a prato o ad arativo (foraggio, grano, miglio, uva e gelso) e condotta ad affitto.

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Nel corso del XVIII secolo, sull’onda della moda veneziane e grazie agli ingenti patrimoni, molte di queste potenti famiglie iniziarono la costruzione di ville signorili, spesso ampliando edifici preesistenti attorno alle quali cresceva una vegetazione lussureggiante. La cultura veneziano ha lasciato i tratti più incisivi nella realtà odierna; ne sono testimonianza le moltissime ville situate nel territorio. All’epoca della caduta del Leone di San Marco (1795), Custoza rimaneva entità autonoma. Nel XIX secolo la superficie territoriale e amministrativa cambiò quattro volte. All’inizio del 1800 Sommacampagna era zona di confine. I francesi che subentrano ai veneziani nel 1801 la vollero capoluogo; nel 1805, applicata la riforma territoriale, si ritrovò assegnata al cantone di Villafranca, mentre Custoza divenne in quel momento parte integrante del futuro comune. La popolazione svolgeva mansioni prevalentemente agricole e modestissima era l’attività commerciale. Ancora le colture rimanevano invariate come pure il paesaggio agrario. L’aquila Asburgica succedette al rappresentante di Bonaparte nel 1814, rimodificando l’assetto territoriale; Sommacampagna mantenne Custoza, dipendendo però da Villafranca. Anche questo nuovo padrone non portò migliorie né la fece partecipe dei modesti benefici che l’imposta economica di guerra poteva arrecare. Di quel periodo è la ferrovia Milano-Venezia, ma la stazione a Sommacampagna fu costruita solo nel 1854. Fu nell’aprile del 1848 e nel giugno del 1866 che si registrò il maggior numero di stranieri con l’arrivo degli eserciti dei Savoia e degli Asburgo. Agli eventi della prima e della terza guerra d’Indipendenza Sommacampagna partecipò come teatro di scontri, e con il sacrificio della sua economia, con sofferenze e saccheggi. Annessa al Regno d’Italia, accettò la nuova connotazione politica, pur con la dolente consapevolezza che nessun governo avrebbe reso la vita migliore; come ovunque nella campagna veronese la coscienza di classe era anora un privilegio, così come l’istruzione, per non parlare del cibo.

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Le difficile condizioni d ivita, il legame stretto che univa l’uomo alla terra, la poca se non nulla alfabetizzazione, resero queste popolazioni rurali, per necessità o impossibilità lontane dai grandi o piccoli giochi di potere dei mondi paralleli, consolate da un fervido sentimento religioso, dove il ritmo annuale era scandito dai cicli legati alla terra e alle celebrazioni liturgiche.

IMG_Percorsi_Storici_06Il calendario liturgico ai tempi delle battaglie per l’indipendenza era ricco e sentito; la carismatica figura sacerdotale era ancora un punto di riferimento.L’arcaico mondo contadino ha sempre vissuto un rapporto simbiotico con la natura: la vita fisica era legata a doppio filo ai fenomeni metereologici, al movimento del sole e della luna, agli equinozi e ai solstizi. Dall’inizio la Chiesa ha cercato di sovrapporre al ciclo pagano quello della liturgia cristiana. Molte feste popolari sono state trasformate in feste cristiana; il giorno del solstizio d’inverno, che celebrava la nascita del sole, è stato tramutato nella festa di Natale; il giorno dell’equinozio primaverile, nel quale gli antichi celebravano la morte e resurrezione del dio della vegetazione, che si risvegliava dopo il lungo sonno invernale, nella Pasqua. E così anche per altre ricorrenze: la festa di Giovanni Il Battista ha soppiantato la festa dell’acqua di mezza estate; l’Assunzione, il 5 agosto, la festa di Diana; la ricorrenza dei Morti in novembre è la continuazione dell’antica festa pagana dei morti. La comunità rispondeva con feste o riti ai momenti più salienti del calendario o della vita dell’uomo e trovava il suo momento di condivisione e riaggregazione, di scongiuro e di forza per proseguire il duro cammino, di gioco e sdrammatizzazione, di linguaggio comune. Era l’evasione dal quotidiano, l’occasione per lo spreco in una vita di risparmio, il momento in cui si ricontattavano le radici, un rito comunitario per combattere il senso di insicurezza e paura. I santi erano figure familiari e protettrici, intermediari tra Dio e i fedeli; il culto dei morti altrettanto importante e sentito. Alcune festività, nate da riti propiziatori pagani, sono arrivate fino a noi. Il sego de la Vécia per esempio. Rituale pagano di mezza quaresima, che aveva lo scopo di interrompere il digiuno e propiziare il rianimarsi della vita nei campi.

IMG_Percorsi_Storici_07Tra la gente correva la voce che, dove passava, la Vècia rendeva sterili le vacche, inaridiva i campi e inacidiva il vino. Per scongiurare questa apocalisse, la Vécia andava inseguita e segata in due tra il tripudio della folla. A Custoza il 1952 fu anno dell’ultima rappresentazione. Tutto il paese era coinvolto nell’allestimento della drammatizzazione,m che si svolgeva nello scenario naturale dei colli attorno all’Ossario e che aveva il suo epilogo nella valletta che separa i due  colli principali di Custoza. Il Bruiél è l’usanza di dare fuoco, la notte dell’Epifania, a mucchi di sterpaglia accumulati in mezzo ai campi. I falò commemoravano i fuochi accesi dai Magi e dai pastori nei pressi della capanna di Betlemme. Vi si scorge la finalità classica dei fuochi nelle campagne, rito propiziatorio per le nuove messi. Un’altra festività moto sentita era quella di “S. Paolo dei Segni” il 21 gennaio. In questa data si riteneva di poter divinare le condizioni del tempo nei seguenti mesi dell’anno. L’ultima sera di febbraio e le prime due di marzo i giovani uscivano a “ciamar marso”, che trova le sue origini nei riti magici per la rinascita della natura, e del risveglio della fertilità addormentata nel letardo invernale. Era l’occasione per i giovani di annunciare i fidanzamenti. Molte altre erano le ricorrenze importanti, alcune sono state ripristinate, mentre la maggior parte rivive solo nella memoria degli anziani.

Buona passeggiata.